domenica 20 luglio 2014

R.E.M. - Losing My Religion




Losing My Religion dei R.E.M, è sicuramente uno dei miei brani preferiti, e una di quelle canzoni che per me ha un gran valore affettivo. Nasce tutto da quando frequentavo la Scuola Del Fumetto a Milano, un giorno il professore di italiano, gran persona, ci chiese di portare due brani per noi importanti, per analizzarne il testo, e con una mia compagna portai anche Losing My Religion, che a dir la verità, al tempo non mi colpiva tanto per il suo messaggio, ma più per le sonorità, infatti l'insegnante si disse deluso per la mia scelta poco ardita, invece devo dire che da adulto poi l'ho compresa meglio, apprezzandola di più anche per ciò che vuole comunicare.

Bene, dopo questo piccolo angolo amarcord, prima di lasciarvi al solito testo tradotto della canzone, vi metto qualche curiosità riguardante questo classico anni '90.

Viene ritenuta la canzone più famosa dei R.E.M., la rivista Rolling Stone l'ha posizionato tra le 500 canzoni migliori, sta al infatti al n.170. Nonostante il titolo, non è legata a tematiche religiose, lo stesso Michael Stipe ha dichiarato di essersi ispirato al classico dei Police Every Breath You Take.
Il video è stato girato da Tarsem Singh, regista di The Cell e di Biancaneve, contiene immagini di varie religioni e fu nominato, nel 1991, agli MTV music awards, vinse anche come best art, best group e best editing, non male direi!




Losing My Religion

Life is bigger
It's bigger than you
And you are not me
The lengths that I will go to
The distance in your eyes
Oh no Ìve said too much
I set it up

That's me in the corner
That's me in the spotlight
Losing my religion
Trying to keep up with you
And I don't know if I can do it
Oh no Ìve said too much
I haven't said enough
I thought that I heard you laughing
I thought that I heard you sing 
I think I thought I saw you try

Every whisper
Of every waking hour Ìm
Choosing my confessions
Trying to keep an eye on you
Like a hurt lost and blinded fool
Oh no Ìve said too much
I set it up

Consider this
The hint of the century
Consider this
The slip that brought me
To my knees failed
What if all these fantasies
Come flailing around
Now Ìve said too much
I thought that I heard you laughing
I thought that I heard you sing
I think I thought I saw you try

But that was just a dream

That was just a dream

Perdendo la mia religione

La vita è più grande
È più grande di te
E tu non sei me
Le lunghezze che percorrerò
La distanza dai tuoi occhi
Oh no, ho detto fin troppo
L'ho voluto io

Sono io quello nell'angolo
Sono io quello alla ribalta
Che perdo la mia pazienza
Cercando di sostenermi con te
E non so se posso farlo
Oh no, ho detto fin troppo
Non ho detto abbastanza
Pensavo di averti sentito ridere
Pensavo di averti sentito cantare
Credo che pensassi di averti visto tentare

Ogni sussurro
Di ogni ora in cui sono sveglio
Scegliendo le mie confessioni
Tentando di mantenere un occhio su di te
Come uno sciocco ferito, perduto e accecato
Oh no, ho detto fin troppo
L'ho voluto io

Considera questo
L'aiuto del secolo
Considera questo
L'errore che mi portò
Fallito alle mie ginocchia
Che importa se tutte queste fantasie
Arriveranno a colpire qui
Ora ho detto veramente troppo 
Pensavo di averti sentito ridere
Pensavo di averti sentito cantare
Credo che pensassi di averti visto tentare


Ma quello era solo un sogno

Era solo un sogno...



martedì 1 luglio 2014

Il ritorno dei classici di Go NAGAI!





Finalmente, dopo tantissimi anni, Yamato Video riporta i beniamini degli anni settanta, i robot del maestro Go Nagai, i giganti che hanno infiammato i cuori di una generazione che, ancora oggi, porta indelebile nel cuore il segno di quel passaggio, tanto da essere soprannominata "Goldrake Generation".

Ufo robot Goldrake, è la serie che ha consacrato l'animazione giapponese in Italia, colei che ha fatto da apripista agli anime, un cartone che ha avuto un successo senza precedenti, a tal punto da diventare un evento di costume, che ha fatto scomodare sociologi, psicologi, politici, un qualcosa che ha avuto un impatto culturale così grande, che solo chi l'ha vissuto direttamente può capire appieno: finalmente tornerà con un edizione DVD completa, questa volta anche con l'audio storico, e con dei sottotitoli fedeli e curati, così da andare a sopperire alle mancanze della versione d/visual, versione purtroppo mai completata.
Preciso subito che non vedremo questi prodotti in Blu-ray, semplicemente perché non sono usciti in questo formato nemmeno in Giappone, quindi, per ora, rassegnamoci e godiamo di ciò che sta arrivando.
Torna poi Il grande Mazinga, mai uscito nel mercato home video, tassello di un trittico, che insieme a Mazinga Z e a Goldrake, costituisce un universo che da quarantanni è in continua evoluzione.
Uscirà quindi anche Mazinga Z, serie che nel nostro paese non è mai stata completata, si è vista solo in tv in maniera sporadica, e che questa volta potremo apprezzare nella sua interezza, pare doppiata fedelmente, anche se ancora molti particolari di queste edizioni non si conoscono, indi allo stato attuale non ho certezze a riguardo.
Poi abbiamo, l'ultima perla, non certo nelle preferenze, uno dei robot più amati di sempre, il grandissimo Jeeg robot, anime di culto, diventato nel nostro paese un fenomeno quasi alla pari di Goldrake, anch'egli mai uscito in home video, se non un film con un montaggio di episodi, almeno dieci anni fa.

Per finire, oltre a queste uscite, si vocifera di messe in onda tv, ancora non so bene su quali lidi, ma si parla di rilanciare questi personaggi in grande stile, (cosa già iniziata con la Go Nagai Collection) e confido che la risposta del pubblico sarà adeguata, anche se sicuramente i tempi sono molto cambiati; a questo proposito, voglio fare una doverosa precisazione, i più giovani non possono capirlo, ma questo è un evento molto importante per l'animazione in Italia, le serie classiche di Go Nagai, hanno avuto molti problemi di diritti per svariati anni, sono state vittima di speculazioni spericolate, tanto è vero che saranno almeno vent'anni che non si vedono in tv, il fatto che tornino è un segno di vitalità di un mercato che sta comunque vivendo la crisi, che ha bisogno di rilanciarsi, e di liberarsi dalle catene che l'ha morso per troppo tempo.

Sono in uno stato di grande euforia per questo annuncio, in qualche modo ho visto crescere tutto questo, ci ho sperato, ho lottato; con la mia pagina Facebook su Jeeg ho cercato di aiutare a tener viva la passione per un genere che è ancora oggi amatissimo da molti, sono testimone ogni giorno dell'affetto che le persone hanno per questi giganti. Ho avuto modo di testare con mano il polso del pubblico, un pubblico ancora affamato di sogni, di glorie, di ideali, di Go Nagai. Quasi ogni giorno, a riguardo dei Mazinger leggo cose come: "ma perché non li rifanno in tv, perché non tornano, che bei tempi, questi si che erano cartoni..." finalmente l'attesa è finita, i nostri robot sono tornati per restare!

Voglio ringraziare di cuore le persone che hanno permesso tutto questo, che stanno lavorando duramente per riportare al meglio le opere di Nagai in Italia, in particolare: Francesco Di Sanzo, hai davvero grande passione per il tuo lavoro e meriti le migliori soddisfazioni, Giorgio Bassanelli Bisbal, un grande professionista, uno dei pochi che considero davvero "amico", e Romano Malaspina, per essere l'uomo che è, per avermi insegnato quanto sia importante la parola "dignità", per aver dato voce ai sogni di tutti noi.

giovedì 19 giugno 2014

Il delitto di Motta Visconti


"Anche se nella vita tu ci sei per tutti non è detto che tutti ci siano per te."

Maria Cristina Omes



L'efferato delitto di Motta Visconti di questi giorni mi ha scosso molto. Trovo simbolico ciò che è successo in una cittadina così piccola, così tranquilla. Viviamo in una società fatta di apparenza, di normalità, che tende a voler nascondere sotto strati di perbenismo, con una bella facciata, mostri, mostri con cui viviamo per anni, gomito a gomito, che guardiamo con occhi innocenti, con amore, senza conoscerli mai, se non quando è troppo tardi.
Arrivare a sterminare la propria famiglia per un infatuazione, per la libertà, perché ci si sente in gabbia, quando la vera gabbia è il proprio io, quando basta essere sinceri, prendere le distanze andarsene; essere uomini, prendersi le proprie responsabilità senza dover per forza distruggere ciò che di bello si è creato.

Le modalità del delitto sono sintomatiche: l'assassino prima ha fatto "l'amore" con sua moglie, per poi sgozzarla senza pietà, su quello stesso divano dove poco prima aveva consumato il suo bestiale amplesso, ha tolto poi la vita ai propri figli mentre stavano dormendo, senza guardare mai la sua famiglia negli occhi, nel modo più vile, pianificando un folle piano senza senso e via di uscita. Amore e morte, una correlazione a cui ho pensato spesso. Nessuno può farci male quanto le persone che amiamo.
Dovremmo preoccuparci tutti meno delle apparenze, essere sinceri, vivere come vorremmo, liberi, anche a costo di mettere in pericolo la nostra apparente tranquillità, invece no, a volte scegliamo la via delle bugie, mentiamo talmente tanto che lo facciamo anche con noi stessi. sino a creare gli scenari più assurdi, compromettendo il nostro equilibrio, il prossimo, spesso in modo irrimediabile.
L'assurdo di una società, che ci permette di comunicare con chiunque in qualsiasi momento, ma in cui vige molta solitudine, tanta anaffettività, dove abbiamo difficoltà a rapportarci realmente con le persone, a parlarci guardandoci negli occhi, talmente siamo assuefatti dalla virtualità in cui siamo immersi.

Questa storia mi ha veramente addolorato, vuoi le dinamiche, vuoi il luogo a me così famigliare; a Motta ho infatti molti ricordi, mai avrei pensato di tornare a pensarci in circostanze così tragiche.

Sono particolarmente vicino alla cittadina di Motta Visconti, il mio cordoglio va alla popolazione e soprattutto alle famiglie colpite da questa immane tragedia. Il mio pensiero, le mie preghiere, vanno a tutte le vittime innocenti che ogni giorno vengono uccise, stuprate, umiliate da chi più dovrebbe tutelarle e amarle, in particolare a Maria Cristina Omes, e ai suoi figli, Giulia e Gabriele.
Noi uomini dobbiamo fare ancora tanto per poterci ritenere davvero evoluti, sino a che non troveremo la strada della verità, dell'amore, del rispetto, della comunicazione, non potremo mai essere liberi.



lunedì 9 giugno 2014

Mangiare è vita

Mia nipote Eleonora scrive bene, e no, non sono affatto di parte, infatti ha appena vinto un contest dell'associazione culturare L/HUB per Expo 2014, con questa bellissima motivazione:

Con il racconto “Mangiare è Vita”, Eleonora Tarchini dell’Istituto Alessandrini di Abbiategrasso (MI) si aggiudica uno dei premi singoli del concorso “EXPO 2015: il mondo è qui!”. Con indubbie doti di scrittura e una non comune profondità di analisi, l’autrice trae spunto dalla personale – e conflittuale – esperienza con il cibo per proiettare la riflessione in una dimensione più ampia, utilizzando differenti registri stilistici e intrecciando la cronaca minuziosa della giornata della protagonista che si racconta in prima persona, a spunti e riflessioni continue: “Ogni volta che lascio quella stanza la mia mente danza e questo starebbe a significare che tutti i Mercoledì della mia vita, da quando avevo quindici anni, sono pieni di me. Solitamente, le mie giornate si saziano di ogni cosa, ma mai di me”.
All’interno di un rapporto ritrovato, il cibo diventa veicolo di riscoperta del mondo, pieno di calore e vitalità, percepito come generoso e protettivo, ma così spesso tradito: “Il mondo ci ha sempre dato tutto. È stato la nostra casa, è stato il nostro piatto, la nostra porzione, la nostra vita. Il mondo era per noi, lo è ancora, ma il mondo vive. Respira. E come tutto ciò che respira, un giorno smetterà di farlo. Smetterà di essere la nostra casa, il nostro piatto, la nostra porzione e la nostra vita. Smetterà di darci tutto. E forse, ci verrà anche contro. Forse, sta già iniziando a farlo. Perché il mondo parla, ma non siamo capaci di ascoltarlo. O meglio, non vogliamo farlo”.
Sospeso tra riflessione e autobiografia, “Mangiare è vita” è un invito toccante e ispirato a rinnovare la comunione degli uomini con il mondo, inteso come nutrimento e fonte di vita.


Ovviamente sono fiero di questo risultato, e spero che possa aiutare la mia dolce nipote ad aver maggior fiducia nel suo potenziale. Ma bando alle ciance ed eccovi il racconto di Eleonora:



MANGIARE E’ VITA



<< Mangiare. >> mi scruta, con i suoi piccoli occhi nascosti dalla montatura nera degli occhiali. << Secondo te, cosa rappresenta mangiare? >>. Lo guardo in silenzio, i miei occhi slittano veloci su e giù, verso la scrivania in legno e il suo sguardo sempre fisso su di me, ogni volta mi da’ la sensazione che studi i miei movimenti e questo mi agita; a tal motivo mi torturo le mani cercando di trovare una risposta corretta, riformulando più volte nella mia mente quel quesito. 
È sempre così. 
Mi soffermo a pensare a qualcosa di ovvio per il semplice motivo che non vivo senza farlo, per il solo scopo che non potrei accettare di sbagliare, allora, a causa di quel silenzio, che poco a poco prendeva una piega di tensione, i suoi occhi si fecero più grandi mentre mi osservava:
 << Devi solo dirmi il tuo pensiero, non ci sono risposte giuste o sbagliate. >> 
 << Beh, senza mangiare… non potrei sopravvivere. >> dico a voce bassa, alzando lo sguardo verso quel signore che occupava il posto davanti al mio; solo quella scrivania ci divideva.
 << Esatto! >>, l’enfasi nella sua voce fece raddrizzare la mia schiena, << Perché mangiare è vita. Una persona che non vuole mangiare di conseguenza rifiuta la vita. >>.
 Rifiutare la vita? Non ho mai pensato di farlo. O meglio, non più. Eppure, dopo quella conversazione di quarantacinque minuti, sono poche le altre parole che ci scambiammo e il discorso era terminato, come molti altri.
Lui è il mio psicologo.
La strada davanti a me è grigia mentre cammino per i sentieri della mia città, con la testa bassa e con gli occhi scuri rapiti in un punto, a me indefinito, del cemento. Il freddo fece tremare le mie ossa, ma incurante di ciò decisi comunque di non chiudere il giubbotto, con la ragione ancora lì, chiusa in quella camera e con quelle parole, con quel discorso cantato a metà lasciatolo mescolarsi nell’aria; io immaginavo che quel gelo che penetrava la mia pelle fossero quelle parole. È sempre così. Ogni volta che lascio quella stanza la mia mente danza e questo starebbe a significare che tutti i Mercoledì della mia vita, da quando avevo quindici anni, sono pieni di me. Solitamente, le mie giornate si saziano di ogni cosa, ma mai di me. E come sensazione, non c’è stato attimo in cui mi sia piaciuta. Ma ormai sono passati due anni da quando incontrai il mio dottore per la prima volta, se non di più, e nonostante fatichi a farmela piacere, questa sensazione, sto imparando a farmela andare bene. Sto imparando ad accettarla. Mi fermo al semaforo che da l’incrocio, guardo le strisce bianche per terra mentre la mia mente non è ancora presente: vedo una strada, ma non so più cosa sia. Non so più niente, laddove il fastidioso odore dello scarico di un’automobile mi pizzica le narici. << Che schifo… >> sussurro, incapace di sentire la mia voce attraverso gli auricolari e la musica ad alto volume. Finalmente, il verde scatta riflesso nelle mie iridi e io posso continuare a camminare, a camminare come sempre, con il mio caratteristico passo pesante che appare voler marcare il proprio passaggio sul suolo; e intanto supero le strisce bianche, oltrepasso le persone, valico anche me stessa, che ancora una volta, sono rimasta indietro. Come sempre. “Destra o sinistra?”, mi chiedo, guardando per la prima volta davvero davanti a me. Alla fine, senza pensarci molto, prendo la strada più lunga: quella a sinistra, e continuo la mia passeggiata ricca di domande, piena di risposte, tutto ciò che possa girare intorno alla mia persona. E senza rendermene conto ho finito per andare a caso tra le vie, nella mia vita, dentro di me e mi ritrovai lì, in un luogo che è passato ma sento ancora nel presente. Forse oggi lo percepisco anche più di prima. I cancelli arrugginiti si mostravano ampi di fronte a me, di fronte a chiunque, di fronte anche a tutte quelle mamme che aspettavano il suono della campanella per poter portare a casa i loro bambini. Quella era la mia scuola elementare.
Le voci, le risate, gli urletti acuti di tutti quei bambini che uscivano inizialmente composti, per poi spargersi in un mondo di gente, riuscivano perfettamente ad oltrepassare le onde sonore della mia musica; così, decisi di conservarla per un altro momento e liberai i miei timpani dagli auricolari. 
<< Mamma, cosa c’è oggi per merenda? >> aveva detto una bambina. Merenda. È da tanto tempo che non uso più questa parola ed è da altrettanto tempo che non è più mia abitudine farla. Velocemente, quella piccola piazzetta tornò vuota, solo poche persone la attraversavano e io rimasi sola, e ancora sola voltai i miei piedi nella direzione opposta: dovevo tornare a casa. Ci vogliono quindici minuti dalla mia scuola elementare a casa mia. Una volta, quando ero più piccola, avevo anche contato quanti passi ci volessero, quattrocento? O forse un po’ di più? Sinceramente non lo ricordo; e mentre andavo avanti per quella strada asfaltata, mentre stavo per entrare nel parco che mi avrebbe portata più vicina alla stazione, il profumo di focaccia che usciva da una panetteria invase i miei sensi portandomi a fermare. Il mio sguardo si piazzò sulla vetrina che mostrava dolci e salati, di tanti tipi. Avevo fame. Forse, tutto quel parlare di cibo, mi fece tornare l’appetito? Poteva essere benissimo così, ma mi tratteni dall’entrare; papà diceva sempre che sarebbe meglio qualcosa di più salutare. Così, ho soppresso il mio istinto dov’era nato.
Sono tornata a casa.
Sola. Anche in quel momento mi trovavo sola. Mamma, è andata via, forse per qualche commissione. Papà, è a lavoro. Mio fratello, all’università. Quindi sono sola. Ma a me piace stare sola. Credo.
Prendo la macedonia in frigorifero e mentre mi metto a sedere sul divano accendo la televisione senza prestarci attenzione, in realtà. Guardo le fragole, il loro succo rosso lasciato sul fondo, le mele tagliate a cubetti e le banane, tutte mischiate insieme, nascoste l’una sopra l’altra; guardo, guardo ogni cosa, cerco il dettaglio, cerco il diverso, cerco l’imperfezione in qualcosa di perfetto, quel qualcosa che forse, non è poi così perfetto. Nato nella perfezione, un giorno. Cresciuto imperfetto, oggi. Guardo qualcosa che, con il tempo è cambiato e mentre sono ancora lì, con gli occhi fissi su quel qualcosa, istintivamente sorrido. Ma non saprei spiegare che genere di sorriso fosse. Io, pensavo alla perfezione, alla perfezione di un frutto, alla perfezione di qualcosa che è natura, io, proprio io che sempre la rinnegavo, rinnegavo il solo pensiero di renderla reale. Eppure, guardando quei frutti, potevo solo vederli perfetti nonostante tutto, pensando alle origini, pensando all’inizio, pensando a come è diventato vita e solo allora ho messo luce sul fatto che la natura è perfezione, è qualcosa che non si può raggiungere, non si può superare, proprio come quel frutto che mi permette di vivere. 
Schiudo le labbra portandomi alla bocca una cucchiaiata di macedonia, il freddo contatto del cibo sui denti, il sapore dolce che mi accarezza la lingua; è piacevole. Anche il modo in cui esso scivola giù per la mia gola, è piacevole. Lentamente porto cucchiaio dopo cucchiaio alla mia cavità orale, lo faccio piano, per assaporare, per sentire e mentre lo faccio, penso solo a quello, a quanto sia perfetto. E penso a quanto questa perfezione, sia stata ormai rovinata. Rovinata da noi. Il mondo ci ha sempre dato tutto. È stato la nostra casa, è stato il nostro piatto, la nostra porzione, la nostra vita. Il mondo era per noi, lo è ancora, ma il mondo vive. Respira. E come tutto ciò che respira, un giorno smetterà di farlo. Smetterà di essere la nostra casa, il nostro piatto, la nostra porzione e la nostra vita. Smetterà di darci tutto. E forse, ci verrà anche contro. Forse, sta già iniziando a farlo. Perché il mondo parla, ma non siamo capaci di ascoltarlo. O meglio, non vogliamo farlo. Lo lasciamo parlare, lo lasciamo andare, lo lasciamo morire, perché se un giorno l’uomo si accontentava di quel poco che aveva per sopravvivere, di quello che aveva perché gli bastava, perché lo faceva stare bene, lo faceva vivere; oggi, non ci si sa più accontentare. Oggi si deve sempre avere di più, e anche quando si avrà di più, quel più non basterà. Allora distruggiamo il mondo, lo sfruttiamo, sfruttiamo la sua vita che permette la nostra e alla fine, che cosa ci resterà? Il mondo non può più darci tutto. Non ne ha le forze. Non ne è capace. Alimenti che fanno male. Cibo sconsigliabile. Carne che sarebbe meglio non mangiare. Acqua. Anche lei può risultare difficile da trovare. E c’è gente che muore di fame, e c’è chi mangia ciò che non dovrebbe mangiare. E poi si sta male. Si rischia sempre di stare male e alla fine ci distruggiamo prima del mondo. Appoggio la ciotola ormai vuota sul tavolino, abbandono il cucchiaio dentro di essa e sospiro, portando una mano alla testa e l’altra sul telecomando al mio fianco.
Sono una persona che in parecchie circostanze ha detto di no al cibo, non per paura che facesse male, non perché non mi accontentassi della fortuna che ho, semplicemente dicevo di “no” e il mio stomaco, a causa delle mie opposizioni, si è un po’ ristretto oggi. Ma quando mangio mi sento bene. Sono felice. E mi piace farlo. Mi piace quello che provo mentre mangio, mi piace mangiare, anche qualcosa di semplice, qualcosa fatta al momento, la trovo buona, perché mi scalda all’interno. E ciò che per me è nutrimento, è mondo. Mi piace il mondo, mi piace ciò che ha da offrire, mi piace ciò che ha da dare, mi piace lui e mi piace la vita. La sua vita che ha permesso la mia, che ha permesso ogni singola esistenza presente su questo pianeta. Vorrei poter scaldare il mondo, come lui, ha sempre scaldato me.
Il mio psicologo mi aveva detto “Mangiare è vita. Una persona che non vuole mangiare, di conseguenza rifiuta la vita.” Ha senso. Ha logica. Ci credo. Ma se un giorno dovesse proprio la vita rifiutarsi? Se un giorno proprio questo mondo senza forze dovesse dire “no”? Tutti gli sforzi fatti per non accontentarsi dell’accontentabile che fine farebbero? Che senso avrebbero avuto se porteranno solo del male? Dobbiamo stare bene, vogliamo stare bene e come possiamo farlo se viviamo in un mondo che non sta bene? Questa Terra si può ancora salvare, in un modo o nell’altro, giusto? Spengo la televisione, che era inutile tenerla accesa, e con stanchezza sollevo il mio peso dal divano, trascinandomi in cucina dove appoggio nel lavello la ciotola che prima del mio passaggio conteneva tanta frutta. Faccio un altro sorriso, in direzione del piatto vuoto, quando il rumore della porta che si apre mi fa sobbalzare un po’. 
<< Mamma? >> dico, guardando la persona che mi si pone davanti, con borse della spesa piena di ogni genere di alimenti. << Mi aiuti? >> mi chiede lei, appoggiano quei pesi sul tavolo. Io, senza dire niente, le vado vicino e afferro con le mani tutto ciò che vedo. Pasta, riso, carne, affettato, formaggio, insalata, frutta, sushi… << Sushi? >> domando, tenendo in mano la confezione. << A te piace, no? >> mi risponde, laddove continuava a sistemare le diverse cose che aveva appena comprato. Ed è così. A me piace il sushi. << Grazie mamma. >> le dico, mettendolo nel frigo. È costoso e so che per lei non sempre è facile comprarmelo, per questo la ringrazio, mentre non mi dice niente, troppo presa a continuare a svuotare le borse. << Mamma? >> << Dimmi. >> << La macedonia che hai fatto… la faresti ancora? >> << Macedonia? Non la vuoi quasi mai la macedonia. >> alza gli occhi verso di me, fermandosi per un istante, giusto uno solo. << È buona. Più di quanto mi ricordassi. >>. E dopo averla aiutata, mi diressi in camera mia, accesi il computer e iniziai a scrivere. Come sempre. Scrivevo della mia giornata. Scrivevo di me. E scrivevo del mondo. Perché è grazie al mondo se tutto ciò ha un gusto. È grazie al mondo se io posso averne uno.

Eleonora Tarchini



Si ringrazia l'associazione culturale L/HUB per l'apprezzamento e per la bella iniziativa proposta. 

martedì 3 giugno 2014

Visita al Parco della Villa di Pallavicino a Stresa


Con la bellissima "Vela" di Gino Corsanini


Questa domenica mi sono concesso una bella gita al lago, mi piace, è una cosa che mi rilassa molto; il rumore dell'acqua, il suo movimento, l'aria che si respira. Non ero mai stato a Stresa, appena arrivato ho notato che all'entrata della cittadina c'è ben evidenziato un parco con gli animali, mi sono detto: lo tengo buono come opzione per la giornata. Mangio qualcosa, e chiedo in giro cosa c'è di interessante da fare, mi dicono così che se ho figli piccoli di portarli al parco, altrimenti di prendere il battello e fare il giro delle isole limitrofe, ovviamente cosa ho scelto? Ma naturalmente il parco.
Prima di tutto devo scrivere che Stresa è una città molto carina, certo trovar parcheggio nei giorni clou non è facile, ma per il resto è veramente deliziosa.
Non avendo parcheggiato davanti al parco, mi sono fatto un tratto a piedi, e ho potuto ammirare il bellissimo panorama che ha da offrire Stresa, ogni tanto rimanevo incantato da cose come queste:



Arrivato al Parco della Villa di Pallavicino, ho pagato i miei 9,50 €, non temete non è tanto, si parla di circa 20 ettari, ci ho messo circa 3 ore a vederlo tutto, girandolo con calma. All'entrata vi consegnano una mappa:


Inizialmente mi sono detto, ok, mi perderò, ma così non è stato; il percorso è libero, ma nello stesso tempo guidato, anche se ho sempre avuto la sensazione di perdermi qualcosa, talmente tanto c'è da vedere.
Appena ci si addentra un po' si viene subito accolti dal verde, dalle rose, dal bellissimo paesaggio naturale.








A un certo punto sono arrivato in quella che si può benissimo definire come una fattoria, con caprette, anche di pochi mesi, lama, pecore, tutte insieme, senza recinzioni di sorta si può passargli accanto, accarezzarle, vivere appieno la natura.

Questo lama pare incuriosito dalla mia presenza


Mi ha colpito una gabbia con dentro una povera aquila non più in grado di volare, vedere un animale di tale fierezza e nobiltà, suo malgrado, costretto in uno spazio mi è dispiaciuto, anche se sicuramente va il plauso a chi si occupa della bestiola, perché altrimenti non sarebbe durata molto tempo.
All'interno della grande area si trova un po' di tutto, alberi secolari, sentieri, fiumiciattoli, piccole cascatelle naturali, ponti. Ci sono vari punti di ristoro, dove potete trovare bar, bagni, un piccolo negozio che vende souvenir di ogni tipo, aree per far giocare i bambini, area pic-nic.
Bellissima la zona dei roseti. attigua si trova anche la bella fontana, alcune statue, molto ottocentesco come stile, non a caso l'enorme villa che si trova all'interno del parco è proprio di quegli anni.

Non si trova una carta in giro, ed è tutto estremamente pulito e ben tenuto, cosa che mi ha davvero piacevolmente colpito. Come animali ce sono di tutti i tipi: zebre, daini, volpi, castori, anatre, cicogne,  fenicotteri, gufi, pappagalli vari, daini, canguri; la maggior parte di loro è chiusa nei ricinti, o in grandi gabbie, mentre alcuni, come i pavoni, girano liberamente per la tenuta.

Questo pavone ha trovato la via di fuga ideale dai bambini!


Quindi, se passate dalle parti di Stresa, e volete trascorrere un pomeriggio rilassante in mezzo alla natura, vi consiglio caldamente di visitare questo meraviglioso parco. A riguardo vi lascio il sito ufficiale:
Per avere qualche informazione sulla Villa di Pallavicino: http://www.lagomaggiore.net/38/villa-pallavicino.htm

Alcune foto:



Grande Puffo dove sei?



Questo malefico mi ha morso!


Già che ci sono, come meta ulteriore, vi consiglio di vedere Feriolo, piccola località a circa 7 km da Stresa, davvero suggestiva, e con qualche scorcio che mi ha ricordato il mare:

  



Alla prossima! :)