Il 20 aprile ho avuto la grande occasione di partecipare all’anteprima del tanto atteso Michael, diretto da Antoine Fuquae dedicato al Re del Pop, Michael Jackson.
Il film esce oggi, 22 aprile, nelle sale italiane.
Inutile dire che aspettavo con grande curiosità questo biopic, già molto discusso, su una delle figure più influenti — e controverse — della storia della musica e della cultura pop.
Per me, Michael Jackson è sempre stato un artista fondamentale. Da anni si parlava di un film capace di restituire il giusto peso alla sua carriera e alla sua vita personale, e le aspettative erano inevitabilmente alte.
Partiamo da un presupposto importante: Michael è un film, non un documentario.
La scelta di raccontare la sua storia in ordine cronologico funziona, e lo spettatore viene catapultato subito nel vivo senza una vera introduzione all’infanzia prima della musica. Lo vediamo già bambino, immerso nelle estenuanti prove imposte dal padre, Joe Jackson, interpretato da un ottimo Colman Domingo, tra disciplina ferrea e punizioni severe. Un contesto che ha inevitabilmente segnato il carattere di Michael, spingendolo a rifugiarsi nella fantasia e nella lettura per evadere da una realtà troppo dura per un bambino.
Il film insiste molto sul rapporto conflittuale padre-figlio, ma a un certo punto perde un po’ di tridimensionalità. Gli eventi scorrono uno dopo l’altro, intervallati dalle iconiche canzoni che tutti conosciamo, ma il filo narrativo tende a indebolirsi, soprattutto nella parte finale. Qui il racconto sembra quasi trasformarsi in un lungo concerto, sacrificando in parte la profondità della narrazione.
Interessanti gli accenni alla vitiligine, anche se avrebbero meritato maggiore approfondimento. Più spazio viene invece dedicato al celebre “incidente Pepsi” del 1984, mostrato in modo dettagliato, anche se le conseguenze sulla vita dell’artista restano solo accennate.
Dal punto di vista tecnico, la CGI risulta a tratti invasiva. In particolare, Bubbles — la celebre scimmia di Michael — è forse uno degli elementi meno riusciti del film. Molto riuscita invece sul volto del protagonista, anche se a volte l'effetto finale è leggermente caricaturale.
A convincere pienamente è invece Jaafar Jackson nei panni dello zio: una performance sorprendente, capace di restituire un Michael credibile sia nei movimenti che nell’energia scenica. Ottima anche l’interpretazione vocale ed espressiva; la somiglianza gioca senza dubbio a suo favore, ma resta notevole il lavoro svolto da un attore al suo esordio.
Il film si ferma al Bad Tour, e questo rende un po’ fuorvianti alcune polemiche circolate online riguardo all’assenza delle accuse di pedofilia, che emergeranno solo nel 1993, durante il Dangerous Tour.
In definitiva, Michael è un biopic che intrattiene e funziona, ma che a tratti sembra non voler osare fino in fondo. Si percepisce la volontà di celebrare l’artista, ma meno quella di scavare davvero nell’uomo dietro la leggenda. Alcune sequenze musicali risultano fin troppo dilatate, e si sarebbe potuto dedicare più spazio agli aspetti più intimi e complessi della sua personalità.
Resta comunque aperta la possibilità di un seguito, che potrebbe affrontare la fase più controversa e delicata della vita di Michael Jackson. E sarà proprio lì che si giocherà la sfida più interessante.
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